I nostri figli sono chiamati a vivere, dal momento della loro nascita, diversi compiti evolutivi strettamente connessi alla crescita e che solitamente sono comuni e condivisi dai loro coetanei. Ogni periodo di vita porta con sé nuove conquiste, capacità, gioie, ma anche paure, rabbie e sconfitte.

Non è sempre facile capire se alcuni comportamenti del bambino rientrano nello sviluppo fisiologico sopra citato o se rappresentano dei “campanelli d’allarme”, dei segnali di una sofferenza più grande o di qualcosa che non va nella loro vita in quel momento.

In questo breve articolo cercherò di focalizzare l’attenzione su quali siano i segnali di un possibile disagio nei bambini e a cosa possono servire gli incontri di consultazione psicodiagnostica.

In primo luogo è importante avere chiaro quali siano le aree in cui il disagio del minore si può manifestare ricordando che più egli è piccolo e più questo sarà visibile attraverso segnali inviati dal corpo e dal comportamento. Il genitore di solito si accorge che qualcosa non va:

• a livello del rapporto con il cibo;
• a livello del ritmo sonno-veglia;
• a livello del controllo sfinterico;
• a livello emotivo;
• a livello comportamentale;
• a livello corporeo.

Nel rapporto con il cibo il bambino potrebbe rifiutarsi di mangiare oppure, al contrario, mangiare senza contenersi, soprattutto abbuffandosi di cibi poco sani aumentando così il rischio di obesità. Il rifiuto del cibo potrebbe verificarsi anche in bambini molto piccoli e nei lattanti. Ci sono dei periodi critici dello sviluppo in cui tali comportamenti si possono manifestare ma in maniera transitoria. Per esempio nella prima infanzia tra il settimo e il nono mese, epoca dello svezzamento, e tra il secondo e il terzo anno di vita, quando l’alimentazione diventa sempre più autonoma.

Sul versante del sonno il bambino può presentare difficoltà nell’addormentamento, ripetuti risvegli notturni, e le cosiddette parasonnie tra cui:

• gli incubi notturni, al termine dei quali se il bambino si sveglia è spaventato e chiede la vostra presenza e consolazione;
• il terrore notturno, episodi che spaventano molto il genitore perché il bambino sembra sveglio, urla, ha gli occhi sbarrati, è terrorizzato ma di fatto non è cosciente e non è in grado di rispondere alle sollecitazioni dell’adulto. Durano qualche minuto dopo di che il bambino si riaddormenta e al mattino non ricorda più nulla;
• il sonnambulismo.

Come per le difficoltà nel rapporto con il cibo, anche le difficoltà nel sonno possono essere fisiologiche e transitorie. L’importante è non sottovalutarle, soprattutto nel momento in cui sono frequenti e durano da molto tempo.

Per quanto riguarda il controllo sfinterico si parla di: enuresi, enuresi notturna, encopresi e costipazione. Tali difficoltà sono considerati tali nel bambino oltre i tre anni di età, in quanto le autonomie dovrebbero già essere state raggiunte.

Le emozioni fanno parte della vita del bambino fin dalla nascita, è normale provarle e sperimentarle, i genitori hanno il ruolo di accompagnarli mentre le vivono e di aiutarli, man mano che crescono, a sviluppare un’autoregolazione delle stesse. Non sempre è facile ed a volte i nostri bambini possono manifestare delle difficoltà da un punto di vista affettivo come fobie (paure intense e spesso ingiustificate di situazioni, oggetti, animali, eventi atmosferici), ansie (ex: ansia di separazione dalla figura di riferimento, solitamente la mamma o il papà) e anche depressione, spesso conseguente  ad un episodio traumatico come la perdita di una persona cara.

A volte il disagio è espresso invece attraverso il comportamento: iperattività, aggressività verso se stessi o verso gli altri, esplosioni di rabbia, oppure inibizione e chiusura in se stessi.

Quando è il corpo ad essere utilizzato come strumento per inviare dei segnali, allora siamo di fronte alle cosiddette somatizzazioni: mal di pancia, mal di testa, vomito,asma, tosse, etc…..

Come sottolineato in precedenza, alcuni di questi segnali possono essere transitori in quanto associati ad eventi particolari della vita del bambino. Per esempio se a una bambina di 4 anni nasce un fratellino è possibile che possa riprendere a fare la pipì a letto, magari di notte. E’ una regressione giustificata dal fatto che ora i suoi genitori non si occupano più solo di lei, ma devono dividere le attenzioni con un altro bambino che è entrato a far parte della sua famiglia modificandone gli equilibri.

Allora quali possono essere i criteri per distinguere ciò che potrebbe essere una “difficoltà transitoria” da qualcosa di più serio e pertanto meritevole di una consultazione? Ne possiamo individuare almeno tre importanti:

• quanto il “sintomo” compromette la vita quotidiana del bambino e dei famigliari;
• da quanto tempo dura (mesi/anni);
• la frequenza nell’arco della giornata e della settimana.

Dato per scontato che un bambino non è in grado da solo di cercare aiuto, il compito di farlo spetta ai genitori.

E’ importante, nel momento in cui viene rilevata una sofferenza, non aspettare a rivolgersi ad un professionista. Prima si identifica il “problema”, prima si interviene e più facilmente è possibile creare un cambiamento ed un maggior benessere nel bambino e nel nucleo famigliare.

Richiedere una consultazione psicodiagnostica per un bambino non significa dargli un’etichetta patologica. Di fatto è impossibile fare una diagnosi psicologica ad un minore in quanto è un individuo in rapida evoluzione. Con la parola “psicodiagnosi” si intende il tentativo di comprendere cosa ci sta dicendo quel bambino in quel periodo della sua vita attraverso quel sintomo e quali tratti di personalità sta sviluppando nel suo cammino di crescita. Il fine ultimo è quello di intervenire modificando quegli  elementi interni ed esterni al minore, che possano aiutarlo a vivere meglio.

Nel nostro Centro un percorso di consultazione psicodiagnostica si struttura, indicativamente, in questo modo:

2 colloqui con i genitori finalizzati a conoscere la situazione attuale, la storia del bambino e della famiglia in cui egli vive;
5 sedute con il bambino. Solitamente se di età inferiore ai 6 anni non entra da solo in stanza ma uno o entrambi i genitori partecipano all’incontro;
1 colloquio di restituzione con i genitori, in cui il professionista racconta alla coppia quanto emerso dalle sedute e dagli incontri precedenti;
1 seduta con il bambino dopo la restituzione ai genitori.

Capita a volte che l’intervento si fermi ai colloqui con i genitori, senza arrivare a “disturbare” il bambino. Questo succede quando si identifica subito il nucleo della situazione e gli interventi da realizzare per stare meglio.

Altre situazioni necessitano invece dell’intero percorso, al termine del quale vengono date delle indicazioni di intervento che possono essere: un percorso psicoterapeutico (più di lunga durata), un sostegno psicologico (di breve durata), un percorso di sostegno alla genitorialità, oppure altre  indicazioni terapeutiche legate a percorsi educativi e creativi che possono aiutare il bambino nell’espressione di sé e delle proprie emozioni (laboratori o sedute individuali di musicoterapia, arteterapia, psicomotricità, biodanza, yoga genitore-bambino, espressività teatrale).

Ammettere che c’è una difficoltà non sempre è facile, e non è facile accettare di aver bisogno dello sguardo e della presenza benevola di una persona esterna. Rivolgersi ad un professionista permette di alleviare la sofferenza e potenziare le risorse della famiglia e dei nostri bambini, ricordandoci che essi saranno gli adulti di domani.

Dott.ssa Laura Carbonati (Psicologa, Referente Centro Perinatale Maia – Arona)

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